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APP IMMUNI: “o la borsa o la vita”

Il fatto che i nostri dati personali siano una merce preziosa è un concetto oramai chiaro a tutti.

Non serve essere un addetto ai lavori o un esperto per capire la portata e delicatezza del loro trattamento. Nonostante questo li abbiamo ceduti, con scarsa consapevolezza, ma sempre liberamente, in cambio di effimeri momenti di svago su social e app che oramai fanno parte della nostra vita.

Quello che non avremmo mai immaginato nemmeno nei nostri peggiori incubi è che valessero la nostra libertà.

In quest’atmosfera surreale in cui stiamo affrontando la prima quarantena della nostra vita, tra la paura del covid-19 e l’indignazione per i drammatici risvolti economici che si profilano, siamo bombardati da informazioni, numeri, pareri di virologi, mascherine, tamponi, dibattiti politici…

Tanto, troppo… al punto di perdere la lucidità e la capacità di vedere con chiarezza cosa sta accadendo.

La nostra libertà, il nostro bene più prezioso, ciò per cui vale la pena vivere, ci è stata temporaneamente sottratta.

Il Leviatano a cui a cui abbiamo demandato il giudizio sul giusto e sull’ingiusto ha deciso per noi. Per la tutela della nostra sicurezza, e per il nostro bene ci ha privati della libertà… la libertà di stabilire relazioni sociali, di provvedere alle nostre esigenze quotidiane, di spostarci liberamente. Togliendoci la dignità, spogliandoci di tutto in nome della tutela della nostra salute.

Come ci è stata tolta la libertà lo sappiamo ma come ci sarà restituita non ancora.

Tuttavia l’incubo rischia di assumere risvolti ancora più crudi.

Quando l’ipotesi di questa app “IMMUNI” per il contact tracing è stata avanzata, ho percepito una generale diffidenza se non addirittura un’ostità che mi ha indotto a chiedermi come fosse pensabile che la popolazione accettasse su base volontaria di scaricare una app che non solo tracciasse i contatti e gli spostamenti ma che effettuasse un vero e proprio trattamento dei dati personali, ed in particolare “dati sensibili” quali quelli sulla nostra salute.

Recentemente il Presidente del Consiglio ed il Commissario Straordinario Domenico Arcuri hanno voluto ribadire che l’utilizzo della app sarà su base volontaria, non negando tuttavia che l’adozione di tale strumento vorrà dire per la popolazione una maggiore libertà di movimento ed una maggiore sicurezza nella gestione della cosiddetta “fase 2”, al fine di scongiurare la prosecuzione delle misure restrittive.

In altre parole, non è obbligatorio scaricare la app ma l’alternativa, qualora non lo faccia più del 60% della popolazione è il perdurare delle limitazioni della nostra libertà.

Appare evidente come tale approccio rappresenti una inaccettabile forma di coercizione indiretta. Ed ecco quindi la risposta alla mia domanda. È questo il modo per ottenere indietro la libertà di cui siamo stati privati, concedere i nostri dati, rinunciare a diritti costituzionalmente riconosciuti quali il diritto alla riservatezza, all’identità personale e ciò senza alcuna garanzia.

Ed ancora più inaccettabile è che ciò avvenga senza un’adeguata cornice legislativa di rango primario che ne definisca le finalità, con adeguate garanzie anche in termini di temporaneità delle misure poste in essere.

Questo è anche l’auspicio del Garante privacy che ha espresso il proprio parere, evidenziando come ciò sia necessario al fine di scongiurare che la app venga utilizzata per finalità ulteriori quali ad esempio quelle repressive.

Ed ancora sottolineando l’esigenza che una normativa puntuale individui i requisiti del soggetto preposto al trattamento qualora lo strumento del contact racing non sia gestito da un soggetto pubblico, oltre a prevedere espressamente la cancellazione di ogni informazione al termine del periodo di emergenza.

A tali considerazioni si aggiunge l’intervento dell’EDPB (European Data Protection Board) del 14 aprile in risposta ad una consultazione del Gruppo Europeo dei Garanti da parte dalla Commissione Europea in relazione alla bozza della guida sullo sviluppo di applicazioni per il contrasto della pandemia COVID-19.

Quello che EDPB aggiunge rispetto a quanto emerso nel corso dell’audizione del Garante italiano è che l’utilizzo delle piattaforme di contact tracing non deve in nessun caso favorire la diffusione di un allarme sociale, ovvero comportare una stigmatizzazione dei soggetti risultati positivi (come avvenuto in certa misura in Corea del Sud). Rischio tutt’altro che secondario.

Ma gli interrogativi che attendono risposta sono davvero tanti.

Il Governo ha realizzato la DPIA preventiva (valutazione d’impatto preventiva, ai sensi dell’art. 35 GPDR) sull’app di tracciamento? Quali tipologie di dati personali esattamente saranno trattate e per quanto tempo? Quali sono le finalità del trattamento? È stata applicata minimizzazione dei dati trattati rispetto alle finalità, come richiesto, a garanzia degli interessati, dall’art. 5 GDPR? La circolazione dei dati sarà tutta all’interno della UE, e, in caso contrario, quali garanzie sono previste?

C’è un’assoluta necessità di chiarezza.

L’adozione dell’ app Immuni quale strumento per contrastare la pandemia da coronavirus rappresenta un’azione talmente invasiva dei diritti costituzionali degli italiani da meritare grande attenzione affinché non rappresenti un prezzo davvero troppo alto da sostenere.

avv. diana rosi
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