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COVID 19 – I VERI NUMERI!

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COVID 19 – I VERI NUMERI!

L’epidemia di coronavirus ha colto la nostra struttura sanitaria completamente impreparata. La diffusione dai primi focolai si è sviluppata velocemente soprattutto attraverso gli ospedali e le residenze per anziani. E in effetti questo virus è tipicamente nosocomiale. La mancanza di protocolli da seguire, di competenze specifiche a tutti i livelli, di materiale di protezione ha provocato un disastro, cui sono seguiti interventi delle autorità, centrale e locali, tesi al contenimento del contagio attraverso isolamento, distanziamento e barriere protettive personali (mascherine).

L’effetto di tali restrizioni, oltre a portare ad una sostanziale perdita dei diritti costituzionali della persona, ha avuto un impatto catastrofico sull’economia e sulle fondamenta della società stessa del nostro paese. Si dirà che, di fronte ad un virus sconosciuto, che stava già provocando migliaia di morti, queste misure erano necessarie .

Tuttavia non bisogna dimenticare che la responsabilità della generale impreparazione era da attribuirsi alle autorità stesse, alle loro scelte politiche ed operative nella sanità, avvenute già da molti anni. Esse soffrivano e ancora soffrono di superficialità ed incompetenza nella valutazione dell’epidemia.

Innanzi tutto grande importanza si è data alle limitazioni personali nelle varie situazioni di vita quotidiana, mentre ancora troppo poca al contagio nosocomiale, con sostanziale incapacità a risolvere definitivamente la questione con una efficace gestione dei casi a domicilio sia dal punto di vista sanitario (visite a domicilio dei medici, prescrizione di terapie, controlli diagnostici come i tamponi per la ricerca del virus) sia dal punto di vista più strettamente assistenziale per i bisogni logistici delle persone. Si è in sostanza esasperato il rigore, anche verso situazioni in sé abbastanza innocue, come ad esempio l’attività sportiva solitaria, ed invece mantenuta la scarsa protezione riservata agli anziani nelle RSA e ai pazienti afferenti alle strutture ospedaliere.

Poi è mancata del tutto la flessibilità nell’applicazione delle ordinanze governative, che avrebbe dovuto portare alla differenziazione di zone in base alla diffusione del contagio; è mancata soprattutto la difesa ad oltranza della popolazione a rischio. Fin dall’inizio dell’epidemia, sulla base dell’esperienza cinese, era risultato chiaro che la morbilità significativa della infezione virale era in gran parte appannaggio delle fasce di età oltre i 70 anni, in genere persone di sesso maschile e con patologie cardiovascolari e metaboliche associate: infatti oltre l’85% delle morti avveniva in questa popolazione.

Ancora più perplessità ha suscitato e sta tuttora suscitando lo strano comportamento delle autorità politiche, sanitarie e dei media nei confronti delle terapie farmacologiche che molto lodevolmente i medici clinici hanno iniziato a somministrare ai pazienti a partire dalla metà di marzo. Già dall’esperienza cinese si era saputo che la vera causa di grave morbilità dell’infezione, con possibili esiti letali, era dovuta ad una specie di esagerata risposta difensiva dell’organismo contro se stesso, avente sede nel polmone. Era stato pubblicato su una delle più prestigiose riviste scientifiche internazionali (Science) l’immagine alla microscopia elettronica del virus che aderiva alle pareti vascolari polmonari. In effetti questa è la sede dell’intensa reazione, la c.d. “tempesta flogistica”, che porta ad una alterazione dell’afflusso di sangue all’organo ed alla formazione di trombi che peggiorano ulteriormente la situazione.

Pertanto è la ridotta perfusione del polmone che porta ad incapacità ad ossigenare il sangue, con importanti risvolti anche nel trattamento intensivo (tempi e scelta dell’intubazione). Da queste osservazioni era scaturita l’ipotesi terapeutica dell’uso di potenti antiinfiammatori, del tipo di quelli usati in alcune malattie autoimmuni, e recentemente anche dell’uso di eparina, anche come prevenzione nelle prime fasi della malattia. Tutti questi tentativi, iniziati quasi clandestinamente, hanno via via coinvolto sempre più ospedali, con iniziative però non coordinate da un unico protocollo nazionale.

Sembra quasi che il governo disconoscesse il lavoro clinico a sostegno della cura farmacologica dell’infezione, tutto preso a formulare le più disparate restrizioni alle attività dei cittadini, in una follia distruttiva della vita socio economica del paese.

Questo atteggiamento ci risulta francamente incomprensibile, come anche quello dei media, che salvo in alcuni casi, si disinteressano di questo aspetto strategico del rapporto che abbiamo con il virus. Eppure le terapie praticate, ormai già dalle fasi iniziali della malattia, stanno veramente cambiando faccia all’epidemia. Dalla fine di marzo abbiamo osservato una progressiva e cospicua riduzione degli accessi alla terapia intensiva, una gestione sempre più domiciliare dei pazienti ed un dimezzamento della mortalità. In una parola abbiamo assistito ad un miglioramento netto della prognosi, del tutto ragionevolmente attribuibile al trattamento.

Siamo quindi di fronte ad un’epidemia di un virus sconosciuto, cioè di cui non abbiamo memoria immunologica, che però non è pericoloso per questo ma perché scatena in particolari persone una autoaggressione a livello polmonare. Infatti i bambini, tipicamente senza difese immunologiche verso questo virus, rappresentano solo l’1,8% della popolazione colpita e soprattutto non sviluppano la forma grave della malattia (solo 180 casi di bambini in cui è stato necessario il ricovero e solo 1 caso di morte in tutto il mondo). E questo è vero anche per gli immunodepressi: noi ci saremmo aspettati una strage di persone con deficit immunitari o in chemioterapia e invece non si segnalano casi di rilievo.

Questo comportamento del coronavirus è veramente sorprendente, è unico nella storia dei virus e rappresenta la chiave di volta per capire a fondo che cosa è realmente questa epidemia. Ci mostra un microorganismo non particolarmente pericoloso salvo che può essere letale in casi particolari. Ma oggi, pur in assenza di vaccino e di antivirali specifici, noi abbiamo a disposizione alcuni farmaci molto attivi sia nella prevenzione che nel controllo della malattia instaurata. Farmaci che permettono una gestione domiciliare di quasi tutti i pazienti, senza soprattutto ricorrere alla terapia intensiva e che molto probabilmente porteranno la mortalità a livelli assolutamente irrilevanti e del tutto accettabili. Farmaci che permetterebbero una convivenza con il virus anche in condizioni di sostanziale liberalizzazione dalle restrizioni che attualmente stanno distruggendo il nostro tessuto sociale ed economico.

Dr. Aldo Appiani

Dr. Aldo Appiani

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